
Il Convento e la sua storia
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Donna Margherita Arcangelo, vedova del fu Giovan Vincenzo Arcangelo, con disposizione testamentaria agli atti del notaioVincenzo Arcidiacono di Catania in data 15 febbraio 1597 dispose che, dopo la sua morte, i suoi beni fossero destinati allacostruzione di un monastero sotto il titolo di Santa Caterina da Siena che accogliesse inizialmente tredici vergini nobili della città che indossassero l’abito monacale di santa Caterina, senza che venisse imposto loro di portare la dote, e quattro donne zitelle a servizio di dette monache. Con Breve pontificio del 17 febbraio 1610, al quale seguirono altro Breve e una Bolla pontifici, papa Paolo V commutò la disposizione testamentaria destinando il convento da costruirsi ai Padri Domenicani con l’obbligo tuttavia di lasciare l’intitolazione a Santa Caterina da Siena. L’ordine maschile dei Domenicani aveva di già un altro convento in Catania, quello di San Domenico fuori le mura (oggi in via Santa Maddalena), che però mal si prestava ad un’azione efficace sui ceti più elevati della città perché posto fuori del centro cittadino. Con atto stipulato dal notaio Vincenzo Anzalone in Catania il 1° maggio 1643 i Padri del Convento di Santa Caterina concedevano alla Congregazione di Santa Maria del Rosario l’uso di un “locum sive stantiam” dentro il Convento affinché i congregati potessero “officiare et eorum exercitia spiritualia facere” e concedevano altresì “palmi sedici di quatro di loco vacante sotto terra dentro la chiesa di detto Convento” per la sepoltura dei fratelli della Congregazione e delle loro mogli. Si presume pertanto che l’uso di appellare comunemente il Convento e la Chiesa Santa Caterina al Rosario abbia la sua origine dalla presenza della Congregazione. In un libro di contabilità dell’anno 18… (vol.452 c1r CC.RR.SS.), si legge “Il Convento dei Padri predicatori della città di Catania in Sicilia tiene obblighi di messe 760, delle quali una buona parte che sono di n.222 devono essere votive del SS.Rosario destinati a celebrarsi tutte nell’altare medesimo….Quindi supplicano li religiosi di detto Convento per la licenza di poter celebrare le sudette messe in tutti gli altari, celebrandone una buona parte in quello del SS.mo Rosario”. Infine il Rasà Napoli nella sua Guida e breve illustrazione delle chiese di Catania e sobborghi ( Catania 1900) scrive che nel prospetto della Chiesa “in alto …ammiransi tre simulacri uno dei quali – il centrale sotto un nicchione – rappresenta la Madonna del Rosario”. Così sorsero nella contrada Civita, abitata allora dalla nobiltà cittadina, il convento e la chiesa con la singolarità che il prospetto della chiesa non incideva sull’asse viario principale (l’attuale via Vittorio Emanuele) ma sull’attuale via Sant’Agata di fronte alla strada Santa Maria del Rosario. Da una relazione conservata da Padre Aloisio Mercadante, priore del convento, in un atto conservato presso l’archivio della Curia Arcivescovile nella busta n.184 della serie Tutt’Atti degli anni 1701/1702, si apprende che il convento avrebbe avuto un chiostro con colonne di marmo, il dormitorio, “reposti”, magazzini, la dispensa, il refettorio, la cucina, le congregazioni, l’aromataria e botteghe. La chiesa era adorna di stucco reale e finissime pitture, toccata tutta d’oro, “con magnificenza così grande, che si rendea la più bella, grande vaga e sontuosa chiesa a tempio di questa sudetta città” ( AA.VV, Recuperare Catania, a cura di Salvatore Barbera, Roma 1998). In un atto del notaio Giacinto Coltraro del 20 marzo 1683 si legge che alcuni mastri (un “faber lignarus” e un “faber murarius”) si impegnano a fabbricare il refettorio lungo cinquanta palmi e largo quanto il refettorio vecchio. Il refettorio deve essere voltato con un “dammuso finto”. I mastri si impegnano pure a fare la cucina servendosi dei muri vecchi a costruire sopra il refettorio due “cammare dormitorio” e a fare li “lochi comuni” [i servizi]. Il nuovo edificio risultò subito consono agli scopi che i Domenicani si erano prefissi con lo stabilirsi nella zona “residenziale”. Fu infatti nel convento di Santa Caterina che il baccalaureato padre Ludovico Vita (provinciale di Sicilia nel 1682) ottenne facoltà di tenere scuola pubblica a secolari e a regolari sin dal 1666 dal Maestro Generale dell’Ordine. Il Vita nel 1671 si fece assegnare al Convento di Taormina, ma dietro insistenti istanze del Senato e del popolo catanese ed in considerazione del profitto spirituale e temporale che il Vita avrebbe apportato al Convento di S.Caterina, pochi mesi dopo vi venne di nuovo assegnato con l’incarico di padre della Congregazione del SS.Rosario “in consolazione di quei signori devoti del nostro abito”. E nel 1691 vi fu tenuto un Capitolo provinciale, il che importava la capacità di potere ospitare oltre cento persone ( M.A.CONIGLIONE, La provincia domenicana di Sicilia, Notizie storiche documentate, Catania, 1937) . Col terremoto del 1693 il convento, come gran parte della città di Catania, fu completamente distrutto, e i padri domenicani furono costretti a stare in capanne, fino a quando non riuscirono ad ottenere le onze necessarie per la ricostruzione “nel solo rimasto del convento antico e chiesa antica” e vengono acquistati, per far sì che sia posto “in quattro per tutti i quattro venti” cioè per allinearlo su quattro strade, i seguenti terreni e case: casaleni dei due magazzini di San Placido per il chiostro; casaleni di S.Francesco di Paola per il refettorio e la cucina unitamente al pozzo; casaleno di Serravilla; casaleni di Scarpellino come sostengono al muro della chiesa a mezzogiorno, altare e cappella di S.Vincenzo; casaleni di Anzalone destinati per la maggior parte alla chiesa casaleni di Abbatelli per la chiesa; casaleni di Cultraro anche essi per la chiesa; casaleni del palazzo un tempo di donna Eugenia Riccioli, pervenuti prima del terremoto, destinati alla strada e al dormitorio di levante. La costruzione del convento e rifacimenti e modifiche proseguono fino alla prima metà dell’Ottocento. Le Istituzioni religiose furono soppresse in tutto il Regno con le leggi n.3036 del 1866 e n.3848 del 1867. Ma già, subito dopo la proclamazione dell’Unità, erano state estese a talune regioni le leggi eversive in vigore negli Stati Sabaudi. Così in Sicilia con la legge 10 agosto 1862 n.743. Nel 1863 il Ministro dell’Interno, con lettera al prefetto di Catania, disponeva la visita dell’ingegnere capo del Genio Civile al convento per verificare l’idoneità dei locali da destinare all’arma dei Carabinieri. L’ing.Vincenzo Greco, con lettera del 7 aprile 1863, comunicava che i locali destinati all’arma dei carabinieri dai padri domenicani non sono sufficienti, in quanto le cinque stanze cedute dai padri possono ospitare solo dieci carabinieri “mentre la stazione ne abbisogna il necessario per 33 letti” (Prefettura . s.I°, b.156). L’anno dopo vi fu un altro tentativo di destinazione, stavolta da parte del Ministero delle Finanze ad uso gabelle (ibidem). Dal 1868 l’edificio venne destinato ad ospitare l’Archivio di Stato che allora si chiamava Archivio provinciale di Stato per indicarne la competenza territoriale che si estendeva a tutta la provincia di Catania, ma pur sempre Istituto governativo e non dell’Ente locale provincia. La confusione generata da tale terminologia è stata favorita anche dal fatto che il palazzo venne dallo Stato concesso in dominio utile alla Provincia. Dal 1868 ad oggi l’Archivio di Stato ha avuto sempre sede in questo convento. |
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