Home | Contatti | Mappa sito

Home page > Patrimonio > Fondi perduti > Protezione beni culturali

La protezione dei beni culturali in Friuli nell'ultimo conflitto mondiale

Beni artistici e monumenti

Il simbolo del rettangolo bicolore in campo giallo viene introdotto nel 1940 dal Servizio nazionale protezione antiaerea a tutela dei beni artistici e storici. Se ne prescrive l'uso per edifici monumentali o consacrati ai culti, alla scienza, alla beneficenza purché non siano sedi di uffici militari.

Tale segno distintivo doveva essere dipinto sui tetti in modo da consentirne la maggior visibilità a grande distanza e a quota elevata. Se ne appose uno sul tetto di Villa Manin di Passariano.

La protezione dei beni archivistici

La difesa dei beni culturali durante i due conflitti mondiali riservava ai beni archivistici uno status diverso rispetto ai beni artistici e storici. A partire dal Regolamento annesso alla Convenzione Internazionale dell' Aja del 29 luglio 1899 la tutela si rivolgeva prioritariamente agli edifici consacrati alle arti e alle scienze, principio confermato nel successivo trattato del 18 ottobre 1907 che tuttavia ampliava le categorie dei beni a tutte le opere dell'arte e della scienza sia pubbliche che private. Gli archivi nel loro complesso non venivano citati dalle convenzioni internazionali , restava dunque ai singoli stati il compito di individuare e valorizzare come bene culturale ciò che proveniva o apparteneva ad archivi pubblici e privati.
Allo scoppio della II guerra mondiale si conosceva l'entità del patrimonio archivistico friulano. Singoli manoscritti, raccolte di pergamene, parti di fondi di antiche magistrature erano stati presi in consegna da musei, biblioteche e solo recentemente erano stati assegnati alla neoistituita sezione di Archivio di Stato, che tuttavia non aveva ancora una sede propria. Pertanto la guerra sopraggiungeva , combattuta per cielo e per terra , mettendo in una condizione di alta vulnerabilità tutti gli archivi storici rimasti presso le sedi degli uffici produttori , in edifici non preparati a difendere le carte dal rischio degli incendi e distruzioni .
Udine restava comunque il luogo più a rischio vista la presenza diffusa di un patrimonio documentale di vasta portata, tra cui il grande archivio storico notarile conservato dall'ufficio notarile nel centro cittadino . L'intervento programmato per lo spostamento del materiale fuori città veniva sostenuto concretamente solo dopo l'8 settembre dall'autorità germanica. Troppo tardi. Il bombardamento aereo del 20 febbraio 1945 colpiva in pieno l'edificio con l'archivio storico che sorgeva accanto alla sede di reparti di polizia germanica. Migliaia di documenti dal XIII secolo venivano dispersi, altri gravemente danneggiati e irrecuperabili, infine 40 tonnellate di atti superstiti venivano tratti dalle macerie e portati nella casa della famiglia Someda a Ceresetto.
Non fu la sola perdita ma complessivamente la più devastante, la sola che cancellava dalla storia fonti irripetibili.
L'inchiesta del 1946 sugli archivi danneggiati in città e nel territorio friulano, registrando l'entità delle perdite, dimostrava comunque che la dislocazione delle sedi aveva finito per proteggere più della auspicata concentrazione. Infatti su un totale di 186 comuni solo 14 dichiaravano il proprio archivio completamente distrutto per mano sia delle truppe tedesco-cosacche sia partigiane sia nazi-fasciste. 14 lo consideravano danneggiato più o meno gravemente, mentre Brugnera, Dignano, Polcenigo e S. Giorgio di Nogaro denunciavano manomissioni e gravi asportazioni. Degli uffici statali solo le dogane di Pontebba e Udine riferivano di gravi danni alle loro carte. Per gli altri archivi di interesse storico la Sezione di Archivio di Stato e il comune di Udine rispondevano affermando la completa integrità dei documenti tutelati. Altri enti territoriali e privati non denunciavano altre distruzioni.