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Cosenza, 23 maggio 2020 | #laculturanonsiferma - Giornata della legalità. Ricordando il brigantaggio

  Pianta Sila -  brigantaggio: mappa del territorio silano con l’indicazione delle località nelle quali dovevano essere dislocate le squadriglie delle forze dell’ordine incaricate di catturare la banda. (ASCS, Prefettura, Brigantaggio, b. 20, fasc. 732) Pianta Sila - brigantaggio: mappa del territorio silano con l’indicazione delle località nelle quali dovevano essere dislocate le squadriglie delle forze dell’ordine incaricate di catturare la banda. (ASCS, Prefettura, Brigantaggio, b. 20, fasc. 732)

Il 23 maggio si celebra la Giornata della legalità. Un valore morale che è alla base del vivere civile fondato  sul rispetto delle regole, delle leggi e delle istituzioni. Vivere nella legalità implica una corretta educazione e il riconoscimento dei diritti individuali e collettivi. Senza il rispetto di questi principi non c’è vivere civile ma corruzione, abuso di potere, estorsione, gioco d’azzardo, contraffazione, usura, ricatto, violenza, omicidio, complesso scenario del mondo criminale che trova terreno fertile nelle compagini sociali più fragili, dove c’è disoccupazione, miseria ed emarginazione.

La pandemia in corso mette a dura prova le fasce più deboli della popolazione e il peggioramento delle condizioni economiche espone a rischio la sicurezza della società.

La storia ci insegna: il brigantaggio è la storia di contadini affamati, sfruttati, emarginati, senza dignità (a cui si aggiunsero criminali comuni, renitenti alla leva, vagheggianti del regime borbonico) che intrapresero una lotta divenuta feroce e terribile fatta di sequestri, estorsioni, omicidi e terrore, poi repressa con una guerra altrettanto feroce e ingiusta.

Al momento dell’unificazione dell’Italia, il Governo si trovò ad affrontare una serie di problemi tra i quali, per il meridione, il brigantaggio e la sicurezza pubblica. Il fenomeno non era totalmente sconosciuto, banditi e i fuorilegge esistevano già prima dello sbarco in Sicilia di Garibaldi e il rifiuto e l’incapacità da parte dei ceti dirigenti meridionali di farsi carico del problema, non fece altro che incancrenire il fenomeno nei decenni successivi.

Il nuovo Governo cercò di distinguere le vie legalitarie e guardare più da vicino la composizione delle bande. Con la legge speciale anti-brigantaggio, istituisce una serie di punizioni collettive che riguardavano anche parenti o semplici concittadini o fiancheggiatori di briganti, renitenti alla leva e chiunque fosse stato sorpreso con le armi in pugno veniva fucilato senza processo e il suo corpo lasciato sul posto come monito. Un provvedimento di legge molto spietato e severo e spesso non commisurato alla gravità del crimine commesso. Gli effetti della lunga repressione furono evidenti e i danni causati alla debolissima economia meridionale, incalcolabili. 

Di seguito alcuni documenti a testimonianza di una rivendicazione di diritti degenerata in una vera e propria guerra.

Maggio 1877. I briganti Domenico Grillo, Raffaele Marino e Salvatore Leonetti, molto attivi nella zona dell’altopiano silano, erano ricercati dalle Guardie di pubblica sicurezza. Le autorità di polizia, venute a conoscenza della presenza dei tre briganti sui monti Volpintesta e San Bernardo, nel territorio di San Giovanni in Fiore, iniziarono interrogatori e arresti di alcuni sospetti di manutengolismo, per carpire informazioni sugli spostamenti della banda. Le forze di polizia eseguirono perlustrazioni  e numerosi  appostamenti terminati in  uno scontro a fuoco a cui prese parte anche la squadriglia di stanza nella zona. La banda riuscì a dileguarsi facendo perdere le sue tracce.
(ASCS, Prefettura, Brigantaggio, b. 18 fascc. 706-707)

Giugno 1877. I briganti Grillo, Marino e Leonetti  in contrada Melillo, territorio di Aprigliano, presso la mandria di Gaetano Calabrese sequestrarono il figlio Angelo, di 17 anni, che fu portato insieme al mandriano nel bosco Macchia sacra. Il mandriano fu rimandato indietro per chiedere il pagamento del riscatto al padre del sequestrato. Il giovane fu tenuto prigioniero in diverse località in territorio di Aprigliano, poi in contrada Cerio, in territorio di Pedace, nella Montagna Alata, infine in contrada Graticello. Non subì sevizie, ma fu minacciato di taglio delle orecchie se i suoi genitori non avessero pagato il riscatto. Il giovane, approfittando della distrazione dei suoi carcerieri, riuscì a fuggire e a mettersi in salvo.
(ASCS,  Prefettura, Brigantaggio, b. 18 fasc. 700).

Nel corso delle indagini, furono  condotte anche delle trattative con i parenti del brigante Grillo per indurli a collaborare e convincere il loro congiunto a costituirsi.
(ASCS,  Prefettura, Brigantaggio, b. 18 fasc. 681)

Banda Ricca

Marzo 1883. Il 2 marzo un drappello di Carabinieri, dopo essersi riunito con altre pattuglie provenienti da Rogliano e aver perquisito la casina Ceci ritenendo che vi fossero nascosti i latitanti della banda Ricca, perlustrò anche le campagne di Tabaccaro e le alture di Caiello. Il 22 aprile, dopo aver effettuato perlustrazioni nelle contrade Torre di Melillo, Tarsitano e Cappello di Paglia, i Carabinieri si fermarono a dormire a Capo Rosa. L’indomani, all’alba, attraversando un bosco di pini detto Verberano, al limite tra la provincia di Calabria Citra e la Calabria Ultra, scorsero una colonna di fumo che si alzava nel bosco; insospettiti si avvicinarono e videro tre individui avvolti nei mantelli imbiancati dalla neve, armati di fucili, che si riscaldavano intorno al fuoco. Compreso che si trattava di briganti della banda Ricca, i Carabinieri fecero fuoco; i banditi a loro volta risposero con le loro armi ferendo due carabinieri e dandosi poi alla fuga, favoriti dalla nebbia. Il 9 agosto la banda fu avvistata nel bosco del Cavaliere, poi in contrada Timparello di Bruno. A San Giovanni in Fiore le autorità disposero perlustrazioni fino al casino Lardone, sospetto punto di riunione della banda. Nello stesso mese dopo una perlustrazione nella Valle del Crocifisso, la banda fu raggiunta nella contrada Linzano di San Giovanni in Fiore, dietro segnalazione di un locale che venne sorpreso mentre portava in una bisaccia viveri ed indumenti ai latitanti. Il conflitto a fuoco avvenne nel vallone Mangiatoia, e si risolse con l’uccisione di Giovanni Ricca, mentre Gaetano e Rosario si diedero alla fuga facendo perdere le loro tracce.
(ASCS, Prefettura, Brigantaggio, b. 20, fasc. 732)

 

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